Finita la stagione dei monsoni, soffia un vento di cambiamento sulla Birmania. Sembra che i generali al potere abbiano intrapreso la via delle riforme, spinti forse dalla mano tesa dalla nuova amministrazione americana, più inclina alla diplomazia che al ricorso alla forza.

Altro elemento a favore del cambiamento è il nuovo rapporto con Aung San Suu Kyi, i cui arresti domiciliari sono stati prolungati dalla giunta proprio ad agosto, dopo l’intrusione di un cittadino americano a casa sua nel maggio scorso. Se due mesi sembrava improbabile un dialogo tra i militari e la leader dell’opposizione, le cose sono cambiate da quando la Dama, come viene chiamata, ha proposto di collaborare con la giunta nell’interesse del paese per superare le sanzioni imposte dalla comunità internazionale. Dopo anni di semi isolamento, sembra che la Birmania voglia finalmente uscire dal torpore e entrare a fare parte della scena mondiale.

Forse il recente scontro con la Cina, per il problema della minoranza Kokang in Birmania (minoranza di etnia cinese ma discriminata dalla giunta) ha spinto i generali a diversificare le sue relazioni e i suoi appoggi internazionali, per evitare di diventare troppo dipendente e quindi debole.

 

Se la birmania è riuscita a mantenere il suo regime dittatoriale per più di quarant’anni è proprio perché ha sempre potuto contare sull’appoggio di paesi amici, di solito autoritari anch’essi, e soprattutto clienti fedeli, avidi delle numerose risorse presenti nel sottosuolo birmano. Cosi Russia, Cina, Corea del Nord ma anche Iran hanno sempre commerciato con la Birmania, diventando i principali azionisti delle aziende che estraggono gas e petrolio. Il loro appoggio è fondamentale anche nella costruzione di un arsenale nucleare birmano, che ha creato non poco allarme agli esperti internazionali, convinti che la Birmania potrà disporre di una bomba atomica fra cinque anni, secondo quanto dichiarato dal Sydney Morning Herald nell’agosto scorso.

 

Ma gli equilibri stanno cambiando, e la giunta ha bisogno di allargare le sue alleanze, se vuole evitare di essere solo una pedina nelle mani di Cina o Russia. La cosa che sta più a cuore alla comunità internazionale rimane la tutela dei diritti umani, ampiamente calpestati in Birmania. Ma da settembre, la giunta sembra disposta a fare passi in avanti e di lasciare cadere la maschera di oppressore, moltiplicando i gesti simbolici. A settembre sono stati rilasciati 7114 prigionieri, tra i quali 87 erano prigionieri politici. Ad ottobre Aung San Suu Kyi ha incontrato due volte Aung Kyi, il ministro del lavoro della giunta, dopo che la donna aveva mandato una lettera aperta alla giunta con una proposta di collaborazione contro le sanzioni che colpiscono il paese. Finora la donna aveva sempre appoggiato le sanzioni contro il regime; ma sembra che il discorso che il segretario di stato americano Hillary Clinton ha pronunciato all’assemblea delle Nazioni Unite, annunciando un “ritorno nell’Asia” ed un maggiore coinvolgimento del paese a favore della tutela della democrazia, abbia aperto uno spiraglio di luce e di speranza.

Poco dopo il primo ministro Thein Sein ha annunciato, durante un vertice dell’Asean, che la donna potrebbe essere liberata a breve. È passato meno di un mese da quella dichiarazione, e continuano a circolare le voci circa una prossima liberazione della donna. Si moltiplicano anche i contatti tra ufficiali birmani e internazionali: il 4 novembre una delegazione americana capeggiata dal deputato Campbell ha incontrato la donna, che è apparsa pubblicamente all’occasione. Nella mattinata, la stessa delegazione aveva incontrato il primo ministro Thein Sein. Lo stesso presidente Obama incontrerà il primo ministro birmano all’occasione del vertice Asean a Singapore, ed reitererà il suo appello alla liberazione della donna e degli altri prigionieri politici.

In parallelo, il 13 novembre la Corte Suprema birmana ha accolto l’appello di Aung San Suu Kyi contro il verdetto del suo processo conclutosi il 18 agosto scorso e che l’ha vista ricondannata agli arresti domiciliari per ulteriori due anni. Se la giunta decidesse di liberare la donna, questa è l’occasione perfetta. Come ha influenzato il verdetto della condanna, Than Shwe potrebbe, in senso inverso, influenzare la decisione del rilascio. E segnare una svolta storica nella storia birmana.

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posted by DiffidaDiffondi @ 16:25 - sabato, 14 novembre 2009
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Total e Chevron di nuovo messe in causa per i loro rapporti con la giunta birmana. La prima è presente nel paese dal 1992 e detiene il 31,24% dei giacimenti di gas a Yadana; la secondo detiene 28% dei giacimenti, in un sito che rappresenta il 60% delle esportazioni di gas del paese.. In due rapporti l’ong americana EarthRights International accusa le due multinazionali di avere generato 4,83 miliardi di dollari per il regime birmano. La maggioranza dei profitti infatti non entra a fare parte del budget nazionale birmano, e viene fanno fruttare in banche a Singapore, come la DBS o la OCBC. Inoltre l’organizzazione americana accusa anche le due compagnie di mentire sulle condizioni di lavoro delle popolazioni locali impegate all’estrazione del gas, con gravi abusi e violazioni di diritti. L’ong non chiede quindi alle due compagnie di rinunciare al mercato birmano ma  piuttosto di pubblicare i versamenti fatti alla giunta e di ristabilire la verità sulle condizioni di lavoro nel sito.

Finora le due compagnie francesi si sono sempre rifiutate di lasciare la Birmania, aducendo come argomento il fatto che sarebbe come lasciare il posto alla Cina che non aspetta altro che impadronirsi delle quote di mercato in Birmania.

Il rapporto è stato pubblicato in antemprima dal quotidiano francese Libération l'11 settembre. Sollecitata dal giornale, per il momento Total si è rifiutata di commentare il rapporto. Purtroppo, come scrive il giornalista, "l'Europa ha sempre escluso il petrolio, e quindi Total, dalle sanzioni".

totalimpact

posted by DiffidaDiffondi @ 18:06 - martedì, 15 settembre 2009
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Due date cruciali si prospettano per la Birmania.

Due date che risaltano in mezzo ad un complicato intreccio di eventi che vede il paese precipitare verso un caos fatto di violenza, scontri armati tra ribelli e milizie pro-governative, traffici di droga e di essere umani, apparato nucleare e processi che finiscono sempre con le stesse sentenze, l’incarceramento di chi osa alzare la voce contro il regime.

In questo quadro dove diventa sempre più difficile capire chi sta con chi e chi lotta contro chi, dove le alleanze si fanno e si disfanno a secondo degli interessi in gioco (interessi economici, ma anche politici e umani) e dove chi condanna a voce alta sotto banco continua il suo commercio con la giunta, spicca una figura che porta serenità, quella di Aung San Suu Kyi.

Condannata a due ulteriori anni di arresti domiciliari, la donna ha previsto di fare rafforzare la sicurezza della sua casa per evitare eventuali intrusioni, come quella di John Yettaw lo scorso 12 maggio, che aveva poi portato al processo. Quando lo stesso Yettaw ha dichiarato che era stato avvistato dalle guardie di sicurezza, che gli hanno sparato alla mano ma poi lo hanno lasciato entrare, si capisce bene che beffa è questa nei confronti del regime.

Perche Aung San Suu Kyi sa benissimo che la giunta decide tutto, e che lei è solo una marionetta nelle loro mani; proprio forte di questa consapevolezza, riesce ad invertire la tendenza e da marionetta passa ad essere forza spirituale, punto di riferimento per tutta una popolazione che spera in un cambiamento, e quindi a fare infuriare il regime, che non sa come indebolirla.

Più ci provono e più lei appare forte.

Il processo è stato il simbolo di questa crudeltà della giunta, che ha giocato con la leader della pace per stremarla psicologicamente. Processo continuamente rinviato, concessioni (ammissione di diplomatici stranieri alle udienze) e restrizioni (solo pochi testimoni autorizzati a testimoniare), un tira e molla continuo, tipico di chi sa perfettamente che non può attaccare il suo avversario per le sue idee, e quindi si sferra i suoi attacchi sul lato umano, più vulnerabile.

Isolamento della donna, norme ad hoc per allontanarla dalla vita politica (la nuova Costituzione prevede che il candidato alla presidenza non può né avere un coniuge straniero né avere precendenti giudiziari, due casi nei quali rientra la Suu Kyi), messe in scena per incriminarla: eppure non riescono a cancellarla, come vorrebbero.

 

Il 18 settembre è la prima data importante alla quale la Birmania va incontro. Quel giorno sarà emessa la sentenza dopo il ricorso degli avvocati di Aung san Suu Kyi, che hanno fatto appello contro il verdetto che ha condannato la loro cliente a 18 mesi di arresti domiciliari.

Il tribunale distrettuale di Rangoon aveva accettato, a sorpresa di molti, di considerare questo ricorso. Spiraglia di speranza durante un periodo buio per la giunta?

Qui si deve ricostituire la situazione particolare che sta vivendo la giunta militare, in attesa delle elezioni previste per il maggio del 2010, seconda data fondamentale. Tutto deve anzi essere visto in funzione di queste elezioni, che la giunta non si può permettere di perdere, come già successe nel 1990, quando l’NLD, il partito di Aung San Suu Kyi, stravinsse le elezioni e venne messo poi al bando della vita politica birmana.

Però ora la situazione è cambiata e la Birmania debe fare i conti con diversi fattori esterni che la costringono a prendere una via che forse non avrebbe rischiato di intraprendere da sola.

Nei vari stati che la compogono, i ribelli independentisti hanno rigettato la proposta della giunta di diventare forze armate di controllo delle frontiere, sotto all’autorità dell’esercito birmano. Questo è bastato per fare infuriare i generali, che hanno preso il pretesto della lotta alla droga per svolgere azioni di rappresaglie contro i gruppi etnici, costringendo la popolazione a fuggire. Ma anche qui non è tutto bianco e nero, e all’interno degli stessi gruppi etnici le divisioni sono forti: la giunta ha approffittato di queste debolezze per colpire e portare zizania all’interno delle milizie etniche, costrette a ri-organizzarsi d’urgenza. Senza contare che alcuni di questi movimenti etnici fanno effettivamente traffico di droga, e hanno bisogno di stabilità per potere continuare i loro affari, schierandosi quindi dalla parte dell’esercito regolare birmano.

Queste mosse da parte dell’esercito birmano hanno poi portato a ciò che è forse più importante, e cioè un incrinamento dei rapporti con la Cina, molto vicina ad alcune delle popolazioni colpite nel mese scorso nella regione del Kokang. I cinesi si sono infuriati dopo che non sono stati messi al corrente degli attacchi, e le scuse ufficiali dei militari birmani non sono bastate a calmare l’ira del gigante. In fondo, la Cina ha come interesse di mantenere l’egemonia nella regione e di vedere soddisfatti i suoi interessi economici; forse non vede più tanto di buon occhio l’emancipazione del suo piccolo alleato. E forse pensa anche che una Aung San Suu Kyi al potere non sarebbe poi cosi contraria a mantenere i rapporti commerciali, che sono vitali per l’economia birmana, da troppo tempo chiusa al mondo, e non sviluppata abbastanza da potersi emancipare facilmente dai suoi partners di sempre. Inoltre il riavvicinamento con la Russia, in vista della costruzione di un arsenale nucleare birmano, è sicuramente  poco gradito dai cinesi.

Che potrebbero quindi pesare sulla politica birmana.

Non a caso il ricorso è stato accettato poco dopo le tensioni con la Cina.

Aung San Suu Kyi né uscirà libera? Probabilmente no. Un regime militare totalitario ha anche una forte componente di follia e di irrazionalità che pesano nelle sue decisioni politiche, e qualsiasi analisi ragionevole si scontra contro l’assurdità che non è figlia di nessuna linea politica precisa se non quella della sopravvivenza a tutti i costi.

Forse accettare il ricorso è stato semplicemente un altro modo per giocare al gatto e al topo con l’opposizione, facendo credere un’apertura per potere meglio reprimere dopo. L’aumento degli arresti nei confronti dei dissidenti (politici ma anche religiosi, temuti in vista dell’anniversario della rivoluzione zafferano del settembre 2007) fa inclinare in questo senso. Però come detto prima, niente è bianco o nero; anzi, la giunta si muove in un cerchio grigiastro cercando di comporre tra opposizione interna, ribelli, pressioni della comunità internazionale e ora della Cina, e follia propria. Si può solo sperare che questo cocktail esplosivo non potrà convivere a lungo e che in qualche maniera la situazione cambierà per forza. Chissà come
posted by DiffidaDiffondi @ 14:16 - sabato, 05 settembre 2009
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22 agosto- Yettaw, il cittadino americano che si era introdotto a casa di Aung San Suu Kyi, provocando poi il processo della donna, nella sua prima intervista ieri ha detto che le guardie di sicurezza non hanno fatto nulla per impedire la sua intrusione a casa della nobel della pace, allora agli arresti domiciliari. Riferisce che una guardia lo ha colpito alla mano con la sua arma ma che poi non ha fatto niente per fermarlo.

Questa confessione conferma la tesi secondo la quale la giunta avrebbe fatto di tutto per incriminare di nuovo la donna, per estenderne la durata di detenzione.
posted by DiffidaDiffondi @ 16:18 - sabato, 22 agosto 2009
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Per molti questi sono giorni di vacanze, di relax meritato, di spensieratezza e di distacco momentaneo dalla quotidianietà, dallo stress e anche da quello che succede nel mondo.

Purtroppo le brutte notizie non si prendono ferie, e questa settimana è stata particolarmente pesante e carica di tensioni.

 

È stata condannata Aung San Suu Kyi ad altri due anni agli arresti domiciliari. Da tutte le parti, cresce l’indignazione. Eppure basta l’esempio del ministro degli esteri francese per perdere fiducia nella’onestà e nell’utilità della diplomazia. Nel 1994 aveva scritto un rapporto intitolato “dossier noir Birmanie” nel quale denunciava l’inutilità delle sanzioni quando gli paesi stessi che sanzionano commerciano poi con la giunta militare. Kouchner ha poi cambiato opinione, in cambio di bei soldoni arrivati direttamente da Total, che lo ha assunto come consigliere nel 2003; collaborazione che ha partorito un rapporto che innocenta la compagnia. Nel 2009, come ministro, aggiunge anche che le sanzioni a Total sono inutili, visto che la Cina sta dietro pronta a prendere il posto della compagnia francese…Bel ragionamento per il fondatore di Medecins sans Frontières, uomo che “crede” nei diritti umani, o almeno nella teoria… La pratica è tutt’un’altra cosa.

 

In Cecenia è stata assassinata una coppia di attivisti , Zarema Sadouleva e Alik Djaibralov, 32 e 33 anni. La donna lavorava nell’ong Salviamo la Generazione, una associazione in partenariato con Unicef, per aiutare i bambini con handicap o orfani. Niente di politico; eppure l’assassinio somiglia troppo a quello di Natalia Etemirova lo scorso mese. Rapimento in pieno giorno, ritrovamento del corpo poco dopo, pieno di pallottole. La tattica usata da Kadyrov, tiranno d’altri tempi, è quella della paura diffusa: non importa lo scopo dell’ong, quello che disturba è l’indipendenza delle associazioni.

 

A Teheran è stata rilasciata Nazak Afshar, impiegata franco iraniana dell’ambasciata, ma è sempre in carcere Clotilde Reiss e insieme a lei tutti i manifestanti sospettati di tradimento nei confronti del regime e di dio, per avere preso parte alle manifestazioni di contestazioni delle elezioni presidenziali. Nuove rivelazioni agghiacciantio svelano che molte delle persone imprigionate hanno subito torture e maltrattamenti; 69 persone sarebbero morti nella repressione e altre 300 sarebbero ancora imprigionate.

 

Difficile passare vacanze del tutto spensierate.

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posted by DiffidaDiffondi @ 15:40 - venerdì, 14 agosto 2009
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11 agosto

Aung San Suu Kyi è stata condannata a 18 mesi agli arresti domiciliari. Il tribunale di Yangon aveva precedentemente dichiarato colpevole la donna, condannandola a “tre anni di prigione ai lavori forzati”. Il provvedimento è stato poi commutato, su direttiva di Than Shwe, leader della dittatura militare al potere in Myanmar, in due anni di arresi domiciliari. Il provvedimento ha il chiaro scopo di allontanare la donna dalle elezioni politiche previste per il maggio 2010

posted by DiffidaDiffondi @ 16:57 - martedì, 11 agosto 2009
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Oggi la Corte speciale del Tribunale della prigione di Insein ha finalmente ascoltato le dichiarazioni conclusive degli avvocati di Aung San Suu Kyi. Il processo, iniziato lo scorso 18 maggio, è stato rinviato varie volte per diversi motivi. E continua ad esserlo, visto che nessuna sentenza è stata decisa dalla Corte nell’ultima udienza di questa mattina. Sembra anzi che ci vorrano altre due o tre settimane per sapere l’esito ufficiale di un processo già deciso in partenza. A parte sorprese all’ultimo momento, Aung San Suu Kyi rischia di essere condannata dai tre ai cinque anni di carcere; sentenza che segnerebbe la fine della vita politica della leader del NLD. Infatti è evidente la volontà della giunta di allontanarla dalle prossime elezioni politiche, previste per il maggio 2010. A 64 anni, di cui  14 passati agli arresti domiciliari, è difficile sperare che la donna resisterà a questo nuovo colpo duro.

posted by DiffidaDiffondi @ 14:26 - lunedì, 27 luglio 2009
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Come la Birmania, uno dei paesi più poveri al mondo, può continuare tranquillamente a schiacciare la repressione, a imprigionare le voci dissidenti, e permettersi il lusso di intraprendere la via della costruzione di un arsenale militare nucleare, senza essere inquietata minimamente dalle sanzioni della comunità internazionale?

Eppure le voci di condanna contro quello che è uno dei regimi più oppressivi del mondo sono tante. Onu, Unione Europa, perfino l’ASEAN, l’organo regionale che raggruppa 10 nazioni del sud-est asiatico e tradizionalmente neutro, tutti sono pronti a denunciare la atrocità e le ingiustizie commesse in questo piccolo paese. Il recente imprigionamento di Aung San Suu Kyi, leader incontestata dell’opposizione e figura centrale di riferimento per chi lotta per i diritti umani, ha di nuovo suscitato un’ondata di proteste da tutte le parti del mondo.

 

Eppure la giunta militare al potere dall’88 rimane imperturbabile ed imperturbata. Promette  cambiamenti in senso democratico ma poi rifiuta al segretario delle Nazioni Unite l’incontro con la premio nobel, e intanto commercia illicitamente con la Corea del Nord armamenti nucleari, violando le risoluzioni dell’Onu e il trattato di non proliferazione di cui la Birmania è parte dal 1992.

 

La risposta a questa immunità sta nelle ricchezze dei suoli birmani e nella presenza di paesi rapaci, pronti a commerciare con il diavolo in persona pur di trarre profitti. Cina in primis, visto che il paese detiene l’87% del mercato birmano, con degli investimenti record nell’anno 2008/2009. Gas, tek e petrolio sono le risorse naturali più ambite. Cosi il gigante asiatico ignora le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europa e fa affari d’oro con i militari birmani.

Si conta che per l’anno fiscale 2008/2009 sono stati investiti 984,9 milioni di dollari US nel paese, un boom considerando i 172 milioni investiti da compagnie straniere nel 2007/2008. Oltre alla Cina, Russia, Vietnam e Tailandia sono clienti fedeli della giunta, indifferenti al boicottaggio imposto come sanzione per i crimini perpetrati dal regime.

Si spiega il poco convincimento che i membri dell’ASEAN hanno messo nell’annunciare la creazione di una Commissione per i diritti umani. Commissione che funzionerà solo all’unanimità, ossia compreso l’accordo del paese che viola i diritti umani in questione. Quando si dice ipocrisia..

 

La giunta può continuare a dormire tranquilla e ad imprigionare indiscriminamente qualsiasi voce reputata non tollerabile: finché i suoi sottosuoli saranno ricchi in risorse naturali, c’è poca probabilità che venga disturbata.

profitto

 

posted by DiffidaDiffondi @ 19:29 - martedì, 21 luglio 2009
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Ennesimo rebondissement nel processo ad Aung San Suu Kyi. Se in un primo tempo i generali sembravano volere accelerare i tempi, ora gli occhi della comunità internazionale costringono la giunta ad un semblant di giustizia, mascherando il processo sotto a finti meccanismi democratici e regole di facciata che esistono solo per poter giustificare il fine, che è quello di rimanere al potere eliminando qualsiasi ostacolo.

Mai
come ora il fine ha
cosi tanto giustificato i mezzi, visto che tutto è messo in atto per eliminare la “Signora” e il suo partito dalle prossime elezioni previste per il maggio 2010.

Prova di questa volontà di annientamento è data dalla condanna ad un attivista del NLD, Kyaw Khaing, 87 anni, per “diffamazione”, proprio quando l’ambasciatore birmano all’ONU annunciava la liberazione di alcuni prigionieri politici.

La giunta continua continua a navigare tra le contraddizioni, cercando di compiacere l’opinione pubblica internazionale dalla quale dipende per gli investimenti. Senza però rinunciare alla gestione di ferro del paese, che, guidata dalla giunta dei generali, non solo proibisce qualsiasi forma di libertà di espressione, ma finisce anche per inventare scenari rocamboleschi pur di imprigionare i “nemici” del regime.

Se è stata fatta una promessa vaga circa il rilascio di alcuni detenuti politici (non si sa né il numero, né il nome), invece nulla è stato detto sulla sorte di Aung San Suu Kyi, il cui processo è cominciato quasi un mese fa, il 18 maggio scorso, dopo l’intrusione di un cittadino americano a casa sua mentre stava agli arresti domiciliari.
 
Il processo ha conosciuto da allora varie fasi: dopo un’iniziale impennata dove sembrava scontata la condanna in meno di una settimana, l’esito è stato poi rimandato di volta in volta, sia a causa delle varie richieste degli avvocati della difesa di far testimoniare alcuni testimoni, sia per la visita dell’inviato speciale delle Nazioni Unite e del loro Segretario Generale. In questi rallentamenti di sicuro hanno giocato un ruolo  importante gli attori internazionali che hanno condannato quasi unanimamente l’accaduto e chiesto il rilascio del Nobel della pace, che a 64 anni ha passato 13 degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari.

 
Vari esperti legali hanno denunciato l’invalidità del processo, per non  essere stato svolto in modo aperto e libero, e per il costante ostacolamento della difesa (per esempio solo due testimoni della difesa sono stati autorizzati a testimoniare contro i 23 dell’accusa).

 E proprio sul terreno legale sembra che si stia giocando la partita: la norma costituzionale che accusa Aung San Suu Kyi di violazione delle norme di sicurezza sarebbe, secondo la difesa, stata abrogata ben 21 anni fa dalla giunta militare. La norma risale infatti alla costituzione del 1974, abrogata poi nel settembre del 1988 dai militari in seguito al colpo di stato. È quanto ha dichiarato davanti ai giudici del tribunale speciale di Yangon Khin Moe Moe, avvocato e testimone per la difesa. Ricordiamo che Aung San Suu Kyi è processata per aver violato la sezione 22 dello “State Protection Act”, che prevede che “qualsiasi persona che sconta una pena e che resiste, si oppone, disobbedisce agli ordini di questa legge sarà punibile con l’incarceramento dai tre ai cinque anni o con una multa di 5000 kyat, o con entrambi i provvedimenti”.

Per il momento, il processo è stato aggiornato al 24 luglio per le considerazioni conclusive, anche se è poco probabile che in quella data verrà emessa la sentenza finale. Come in uno spettacolo teatrale, seguiamo i vari atti, dettati dalla giunta, unica vera attrice di questo processo farsa. Solo che, alla fine, non ci potremo alzare e tornarcene a casa tranquilli, pensando che è sola finzione. Perché, se c’è una cosa che è ben reale, purtroppo, è proprio la follia totalitaria della giunta, che non sembra aver limiti.

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posted by DiffidaDiffondi @ 17:06 - giovedì, 16 luglio 2009
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Una nave con bandiera nord-coreana, la Kang Nam 1, è stata avvistata ai primi di giugno dalle fonti di intelligence sud-coreane. L’imbarcazione era diretta verso il porto di Thilawa, a 30 km da Yangoon e si sospetta che trasportasse armi verso la Birmania.

 

Non è  la prima volta che navi nord-coreane effettuano questo tragitto: nel maggio 2007, il ministro degli esteri birmano aveva pubblicato una circolare per giustificare l’attracco di una nave nord-coreana in Birmania  per “motivi umanitari”.

 

Proprio oggi però si è saputo che la nave, avvistata dal cacciatorpediniere americano Uss Jonh McCain a 400 km da Hong Kong, ha cambiato rotta e si dirige verso Nord, anche se i servizi i intelligence non sanno ancora dove sia diretta di preciso.

 

Nonostante le minacce da parte della Corea del Nord -aveva dichiarato che se la nave fosse stata fermata l’avrebbe preso come una dichiarazione di guerra - è probabile che  il governo di Pyongyang abbia deciso di fare marcia indietro di fronte alle numerose reazioni internazionali, a cominciare da quella dell’amministrazione Obama, che si è detta pronta ad affrontare qualsiasi minaccia di Pyongyang nella regione.

 

Del resto anche la Cina, sebbene sia uno dei più potenti alleati di Kim Jim Song, è da sempre contraria questo scambio e collabora attivamente alla cessazione del commercio illegale tra i due paesi ; e inoltre secondo la Radio Free Asia nei giorni scorsi la stessa la Birmania aveva informato l’ambasciatore nord-coreano che le Nazioni-Unite non avrebbero accettato che la nave attraccasse in caso trasportasse armi o altri materiali banditi.

 

La Corea del Nord non è al suo debutto nella provocazione militare. Nell’ottobre del 2006, (aveva) ha  effettuato per la  prima volta dei test nucleari; lo scorso 5 aprile ha effettuato  il lancio di un missile che ha sorvolato il territorio giapponese, lancio immediatamente condannato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

 

Il consiglio di sicurezza è stato poi convocato in sessione straordinaria il 26 maggio in risposta ai nuovi test nucleari effettuati il 25 maggio ed ha approvato la  Risoluzione numero 1874, votatando all’unanimità nuove sanzioni che permettono un rafforzamento del sistema di ispezioni “nelle acque territoriali, i porti e gli aeroporti di stato dei cargo da e per la Corea del Nord sospettati di contenere armi”.

 

La Corea del Nord si è ritirata dal Trattato di non proliferazione nucleare nel 2001, dopo che lo aveva sottoscritto nel 1985. Il trattato proibisce agli stati firmatari non nucleari di fornirsi di tecnologie nucleari belliche. Quanto alla Birmania, lo ha ratificato nel dicembre del 1992; ma sono note da tempo le volontà dei militari di dotarsi di un’arma nucleare: già dal 2007 la giunta ha annunciato volere costruire un reattore nucleare, con l’aiuto della Russia, dopo un accordo siglato tra le due potenze il 15 maggio del 2007.

 

Nel prossimo Forum Regionale Asiatico (ARF) che si terrà tre il 16 e il 23 luglio, la Corea del Nord dovrà giustificare le sue relazioni con Yangoon e cercare di attenuare le paure dei paesi limitrofi Questi ultimi, in particolare la Tailandia,  non vedono di buon occhio la costruzione di un arsenale nucleare illegale in Birmania, e temono per la sicurezza e la stabilità della regione, e si sentono minacciati da questo commercio illecito tra le due potenze militari.

 

Fino ad oggi l’ARF non aveva mai preso sul serio la possibilità che la Birmania si dotasse di un sistema militare nucleare, e ora per molti analisti la paura è che il paese diventi una “seconda Corea del Nord”.

 

L’ARF è un forum sulla sicurezza nella regione asiatica, quindi è probabile, e ci auguriamo che la questione del rapporto tra Corea del Nord e la Birmania sia la priorità nell’agenda. Fondato nel 1994, sono 27 le nazioni che vi partecipano, per promuovere il dialogo sulla politica e la sicurezza in Asia.

posted by DiffidaDiffondi @ 11:45 - giovedì, 02 luglio 2009
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