lionsTake Action!
A quarter teaspoon of carbofuran can kill an individual lion. Less will paralyze this mighty beast for up to a week, leaving a lion or lioness to starve to death or be killed by other predators.

It's horrifying. Right now, a poison made by a U.S. company – a product that the Environmental Protection Agency says is too toxic to be used in America – is threatening the extinction of the majestic African lion.

If we don't do something soon, these great cats could vanish from one of their last remaining homes in the wild.

Just a handful of carbofuran – a deadly neurotoxin that is banned in the U.S. – can kill an entire pride of lions. Sadly, this awful poison is still sold in stores (and widely used) across Kenya and East Africa.

Just 50 years ago, it is estimated that nearly a half a million lions could be found in Africa. Now lion experts say that as few as 16,000 remain a staggering decline of more than 95%. In Kenya, home to world-famous wild lions, the story is especially sad.

The Kenya Wildlife Service estimates that fewer than 2,000 of these majestic great cats now remain in Kenya – down from an estimated 35,000 that made their home in the country just 50 years ago. According to the agency, one hundred lions are killed each year – many by carbofuran.

If Kenya's lions continue their precipitous decline, there will not be a single wild lion left in the country in 20 years.

To address this crisis, our friends at Defenders of Wildlife Action Fund have been asked by some of Africa's leading conservationists to intervene. Defenders helped to ban carbofuran in the United States. Now, they need your help to convince Kenya's prime minister to get tough on carbofuran use in his country.

At least seventy-six lions have been confirmed killed by carbofuran, with many more deaths left unreported. And while it is a crime in Kenya to use this deadly poison to kill lions,  very few have ever been arrested for poisoning a lion with carbofuran.

Sign the petition and urge Kenya's Prime Minister to ban carbofuran – and take concrete action to protect these endangered great cats.


posted by DiffidaDiffondi @ 11:01 - lunedì, 14 dicembre 2009
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IMMIGRATI. «AIUTARLI A CASA LORO»?


L'ANALISI di INTERSOS - Settembre 2009

 

I più poveri non possono permettersi di emigrare.
E quanto rileva INTERSOS in un documento di analisi e proposta, nel quale si rileva che meno del 2 per cento dei migranti arrivati in Italia provengono dai paesi caratterizzati da condizioni di grave e diffusa povertà, vale a dire con un reddito annuo pro capite al di sotto di 1.500 dollari.

L'analisi di INTERSOS si fonda su dati verificabili e mira a valutare se sia possibile armonizzare le politiche di immigrazione e di cooperazione allo sviluppo per contenere i flussi migratori, le implicazioni e il tipo di impegno richiesto (...) Paradossalmente, la politica degli aiuti finalizzata a far uscire dalla povertà i paesi più bisognosi potrebbe favorire nel breve periodo un incremento e non una diminuzione dei flussi.

Ciò che scaturisce dall'analisi e che i paesi a maggiore emigrazione sono quelli con un reddito pro capite pari a circa 5.225 dollari annui, quindi nella fascia media della povertà mondiale. Salvo casi di persecuzioni o guerre, emigra chi puo permetterselo sia in termini economici sia di conoscenza, istruzione, salute, capacita di iniziativa, intraprendenza. I paesi di origine delle comunita più numerose in Italia sono infatti Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Tunisia.

Esiste indubbiamente una correlazione tra migrazioni e aiuti allo sviluppo, ma deve essere valutata con serietà, come si evince dalla lettura del rapporto. L'analisi evidenzia che la riduzione dei flussi verso l'Italia dipende, nel breve periodo, soltanto in misura estremamente limitata dall'incremento degli aiuti e della cooperazione.
L'emigrazione si ridurrà soltanto quando a casa loro si sarà creato un livello di vita -economico, sociale e culturale- che soddisfi adeguatamente i bisogni e le aspirazioni personali e familiari. Pur con i limiti della semplificazione, si può affermare che soltanto quando il lavoro sarà retribuito adeguatamente (almeno quanto l'immigrato potrebbe capitalizzare nel paese di accoglienza) e quando potrà essere garantito un futuro decoroso ai figli la spinta all'emigrazione si affievolirà e inizierà al contempo quella inversa, del ritorno a casa. Quando cioè anche il livello medio di povertà, che spinge ancora ad emigrare, riuscirà ad scendere con ulteriormente. E non basterà che il reddito pro capite medio cresca, ma sarà necessario che tale aumento sia diffuso e generalizzato e non permetta il perdurare di significative sacche di miseria nel Paese.

Il problema ha due risvolti: da un lato, gli aiuti non produrranno alcun effetto positivo se continueranno ad essere elemosine -pur significative- come sono in realtà gli attuali stanziamenti italiani per la cooperazione allo sviluppo (0,09% del Pil, il minimo storico in trent'anni di cooperazione) o se basati sulla pur valida attivazione della detax finalizzata a limitate azioni di solidarietà; dall'altro, occorre una visione politica e strategica lungimirante e di lunga durata, un coordinamento a livello europeo e internazionale, programmi di aiuto e coerenti politiche economiche e commerciali di sostegno per creare realmente crescita e sviluppo nelle aree più povere.

Quanto scaturisce dall'analisi è che la via maestra - l'unica vera ed efficace- è quella di mettere la cooperazione allo sviluppo al centro delle politiche internazionali e dei rapporti tra Paesi ricchi e Paesi poveri, dandole dignità con risorse e strutture operative adeguate, assicurando una severa coerenza alle scelte politiche, sostenendola con una volontà e una visione politica di grande respiro. Una svolta politica a 180 gradi, ma necessaria.

Le conclusioni del rapporto indicano 10 condizioni per un'efficace cooperazione con i paesi in via di sviluppo, anche in relazione ai flussi migratori

posted by DiffidaDiffondi @ 10:05 - martedì, 29 settembre 2009
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À Calais, nel nord della Francia, è stato sgomberato qualche giorno fa un campo di rifugiati, per la maggior parte afgani che fuggivano dalla guerra, e che speravano di poter raggiungere l’Inghilterra per ottenere l’asilio politico. Il ministro dell’immigrazione Eric Besson (anche lui stesso in qualche modo rifugiato anche se di un altro tipo, in quanto ex socialista riconvertitosi al partito di destra al governo, e quindi convinto di dovere essere più realista che il re) ha deciso la chiusura del centro perché “giungla” dove regna la violenza. Senza però prevedere niente al posto di questa struttura (l’unica misura di cui si è parlato finora è il rafforzamento delle frontiere interne…triste illusione di chiusura a riccio e discorso che somiglia stranamente a quello dell’estrema destra).

Il ministro fantoccio si è anche congratulato dell’efficienza dell’operazione, denunciata invece da tutte le associazioni che si occupano di dare un minimo di sostegno e di accoglienza agli immigrati. Indignazione di fronte ad un’”operazione di pulizia”, tecnica apprezzatissima dal presidente francese, che aveva già preconizzato l’utilizzazione del karcher nelle periferie per ripulirle dalla “feccia” quand’era ancora ministro dell’interno.

Come non fargli piacere quindi con un intervento di primo mattino, con tanti di poliziotti e di urla, una bella dimostrazione di forza e di potere sul territorio contro un nemico che ha già perso in partenza.


Ma non finisce qua. In un articolo di le monde diplomatique uscito ieri, Jean Marc Manach descrive una pratica che pare sia ben conosciuta sia dai poliziotti che dalle ong: l’automutilazione per evitare i controlli di identità. Eurodac è un sistema europeo di riconoscimento dell’identità delle persone attraverso il controllo delle impronte digitali. Gli immigrati che arrivano in francia o in Inghilterra sono infatti spesso stati schedati in Italia o in Grecia, paesi di arrivo in Europa. L’obiettivo del sistema è di identificare il paese di provenienza degli immigrati per rimandarli indietro, come previsto dalla Convenzione di Dublino, che richiede di essere “vergine” per ottenere l’asilo politico.

E quindi le dita vengono bruciate, tagliate, mutilate con l’acido, pur di evitare un qualsiasi riconoscimento. È però una soluzione temporanea, visto che le impronte si riformano, ciò che spinge molti alla mutilazione di mese in mese. Triste posticipazione di quello che sembra essere una fine ineluttabile per gli immigrati senza documenti.

Assurdo rapporto con il proprio corpo, che diventa strumento pericoloso di riconoscimento e che va quindi cancellato. Che porta a racconti altrettanto surreali “mi taglio le dita! Ti prenderanno la mano. Mi taglio la mano! Guarderanno i piedi. Taglio anche questi! C’è sempre la retina…”

mutilazione mano immigrati

posted by DiffidaDiffondi @ 16:02 - sabato, 26 settembre 2009
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mercoledì 17 Giugno
al Centro IL FIUME, in via dei Dalmati 37, alle 20.30


SHARE - Human Life Project
con l'associazione IL FIUME

per la rassegna "CONDI", documentari d'impegno sociale, diretta da Riccardo BiadeneVISIONI
, presentano:



ACCADDE IN APRILE
"Ogni anno in Aprile inizia la stagione delle piogge, e ogni anno,
ogni giorno d'Aprile, un vuoto angosciante scende nei nostri cuori.
Ogni anno in Aprile ricordo di quanto la vita sia breve.
Ogni anno ricordo di come dovrei sentirmi felice di essere vivo.
Ogni anno in Aprile io ricordo..."


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un film di Raoul Peck

a quindici anni dal genocidio ruandese per riflettere insieme ai suoi protagonisti
sulle radici dell'odio e sulla costruzione delle fondamenta del perdono
e di un futuro di pace e di condivisione

Nell'Aprile 1994, in Ruanda, ha avuto inizio uno dei più atroci genocidi nella storia del mondo. Nel corso di cento giorni, quasi un milione di persone vennero uccise in una terrificante "pulizia etnica" operata dai nazionalisti hutu ai danni dei loro concittadini di etnia tutsi e degli hutu non schierati con questa tragica soluzione.

Il dramma riportato sulla pellicola dalla HBO Films si concentra su quelle indescrivibili atrocità umane viste attraverso la storia di due fratelli hutu - il primo militare e l'altro una personalità di Radio Mille Collines - la cui relazione e vita privata vengono cambiate per sempre dal genocidio.

Scritto e diretto da Raoul Peck (HBO Films' "Lumumba"), il film è il primo sul genocidio ruandese ad essere girato nei luoghi dove gli eventi hanno avuto luogo e, a differenza di altri (per es., "Hotel Ruanda"), ha ricevuto apprezzamenti dai superstiti per il taglio poco accondiscendente alla fiction e più aderente alla realtà di quei terribili giorni.

posted by DiffidaDiffondi @ 14:43 - domenica, 14 giugno 2009
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Si è aperto a New York il processo che vede il colosso Shell alla sbarra degli imputati per l'uccisione di Ken Saro Wiwa, attivista nigeriano impiccato a Port Harcourt nel 95 per avere diffeso gli interessi degli Ogoni, spodestati dalle proprie terre nel delta del Niger.

Durante il processo, davanti ad un tribunale militare, gli era stata negata un'adeguata difesa legale. Non ci fu neanche la possibilità di ricorrere in appello. Gli Ogoni, organizzati nel MOSOP, accusano anche la Shell di essere responsabile di almeno 15 000 omicidi nel delta del Niger a causa delle intossicazioni subite dagli operai per le pessime condizioni di lavoro.Shell è accusata, al processo, anche dell'uccisione di altri 8 membri ogoni.

Il processo riveste una importanza cruciale, in quanto potrebbe fare girisprudenza ed inquietare che potrebbero essere ritenute responsabili delle violazioni dei diritti umani commesse all'estero.

sono dichiarati parte civile il figlio di Ken Saro Wiwa, Ken Wiwa jr, e il fratello Owens Wiwa. Shell respinge ogni coinvolgimento nell'uccisione dell'attivista, che fu ordinata dal governo di Sani Abacha. Shell è accusata di aver collaborato con le autorità nigeriane nell'uccisione di Saro Wiwa e di altri otto membri dell'etnia Ogoni in base ad accuse inventate.

Il processo si apre proprio all'indomani della morte di tre operai nella fabbrica Saras, in Sardegna, a Sarocch. Gigi Solinas,  25 anni, Daniele Melis, di due anni più grande e Bruno Muntoni, 52 anni, padre di quattro figli, morti per gli interessi della compagnia petrolifera. Altre tre vite falciate, perché non considerate degne di essere tutelate, perché cosi piccole rispetto all'interesse economico. Allora, si vuole sperare che con questo processo, si possa invertire la tendenza, dimostrande alle imprese che non sono impunibili, e che la vita umana vale sempre più che qualsiasi profitto accumulato, spesso sulle spalle di chi vi ha peraltro contribuito.

 

kenKenule Benson Tsaro-Wiwa meglio conosciuto come Ken Saro-Wiwa, portavoce delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger, specialmente della propria etnia Ogoni maggioritaria nella regione, nei confronti delle multinazionali responsabili di continue perdite di petrolio che danneggiano le colture di sussistenza e l'ecosistema della zona.

Nel 1990 si fa promotore del MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People); il movimento ottiene risonanza internazionale con una manifestazione di 300.000 persone che Saro-Wiwa guida al suo rilascio da una detenzione di alcuni mesi comminata senza processo.

Arrestato una seconda e una terza volta nel 1994, con l'accusa di aver incitato all'omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP, Ken Saro-Wiwa viene impiccato a Port Harcourt con altri 8 attivisti del MOSOP al termine di un processo che ha suscitato le più vive proteste da parte dell'opinione pubblica internazionale e delle organizzazione per i diritti umani.

Altre informazioni su questo sito: http://www.salvaleforeste.it/documentazione/old/nigeria/index.html

posted by DiffidaDiffondi @ 16:52 - mercoledì, 27 maggio 2009
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mercoledì 6 Maggio
al Centro IL FIUME, in via dei Dalmati 37, alle h.20,30


SHARE - Human Life Project
con l'associazione IL FIUME

per la rassegna "CONDI", documentari d'impegno sociale, diretta da Riccardo BiadeneVISIONI, presentano:



KIDOGÒ
un bambino soldato


di Giuseppe Carrisi
regia di Angelo Longoni
con John Baptist Onama

(presenti alla serata)

un dramma di dimensioni planetarie
che ci riguarda da molto vicino


Kidogò, un bambino soldato, presentato al Giffoni film Festival, racconta la storia di John Baptist Onama, che negli anni '80 è stato un bambino-soldato nell'Uganda del dopo Idi Amin. La sua storia si intreccia con quella di altri bambini e bambine che tuttora vivono lo stesso dramma in diversi Paesi africani. Oggi Jean-Baptiste Onama è docente di Scienze Politiche all'Università di Padova.

Il documentario è stato realizzato in Sierra Leone, Uganda e Congo, e mostra immagini inedite della battaglia che, nel 1999, ha insanguinato Freetown, la capitale sierraleonese. Il racconto, oltre a ricostruire i drammi vissuti dai piccoli guerrieri, svela anche i retroscena di questo triste fenomeno di dimensioni planetarie: dallo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, diamanti, oro, coltan, ecc..) da parte di oligarchie locali e potenze straniere, alle guerre interne per il controllo di questi traffici, fino al business legato alla vendita delle armi e alle "banche armate".

Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, ha collaborato con Radio Vaticana e, dal 1992 al 1998, è stato inviato del settimanale "Gente". Ha realizzato numerosi reportages da zone di guerra, come la Sierra Leone, l'Uganda, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, la Palestina. Da anni collabora attivamente all'attuazione di progetti umanitari in Africa e realizza numerose opere, tra cui pubblicazioni e spettacoli teatrali.

Dopo "Come un uomo sulla terra", "Born into brothels", "Greater, defeating Aids", cinque corti sull'Afghanistan, questa è la penultima serata di una serie che, fino al 21 Maggio, propone film e documentari d'impegno sociale e che vede presenti i registi e i protagonisti delle storie.

La serata prevede dopo il film uno spazio di informazione e comunicazione con l'offerta di una cena a buffet. La quota di partecipazione individuale, di 10 euro, verrà devoluta a sostegno dei progetti dell'associazione
Pizzicarms, la onlus di cui Giuseppe Carrisi è presidente e che porta avanti campagne di sensibilizzazione sulla problematica dei bambini-soldato, per il loro recupero e il reinserimento sociale.

L'ingresso sarà consentito fino ad esaurimento posti; per questo è gradita la prenotazione: tel: 064451244 o email a
ilfiume@okidoroma.it
posted by DiffidaDiffondi @ 11:31 - domenica, 03 maggio 2009
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Università degli Studi di Roma La Sapienza

presenta

un incontro di ECCEZIONE

 

6 aprile 2009 ore 16-19

presso il Centro Congressi, via Salaria 113, Roma

 

Proiezione del documentario "Kidogo - un bambino soldato"

Con la straordinaria partecipazione del suo autore

Giuseppe Carrisi

 

Presentato in anteprima mondiale al Giffoni Film Festival 2008, il documentario racconta la storia di John Baptist Onama, 41 anni, che negli anni Ottanta è stato un bambino-soldato nell’Uganda del dopo Idi Amin. La sua storia si intreccia a quella di altri bambini e bambine che, attualmente, vivono lo stesso dramma in diversi Paesi africani. Il documentario è stato realizzato in Sierra Leone, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, e mostra immagini inedite della battaglia che, nel 1999, ha insanguinato Freetown, la capitale sierraleonese. Il racconto, oltre a ricostruire i drammi vissuti dai piccoli guerrieri, svela anche i retroscena del triste fenomeno di dimensioni planetarie: dallo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, diamanti, oro, coltan, ecc..) da parte di oligarchie locali e potenze straniere, alle guerre interne per il controllo di questi traffici fino al business legato alla vendita delle armi e alle "banche armate".

Oggi Jean-Baptiste Onama è docente di Scienze Politiche all'Università di Padova.

 

Giuseppe Carrisi, giornalista Rai, ha collaborato con Radio Vaticana e, dal 1992 al 1998, è stato inviato del settimanale "Gente". Ha realizzato numerosi reportages da zone di guerra, come la Sierra Leone, l’Uganda, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, la Palestina. Da anni si occupa delle problematiche relative ai Paesi in via di Sviluppo, collaborando attivamente all’attuazione di progetti umanitari in Africa e realizzando numerose opere, tra cui pubblicazioni e spettacoli teatrali. E’ presidente di "Pizzicarms", una onlus che porta avanti campagne di sensibilizzazione sulla problematica dei bambini-soldato e di raccolta fondi per il loro recupero e il reinserimento sociale.

 

 

Info:

Prof. Marco Cilento marco.cilento@uniroma1.it

Dr.ssa Serena Saquella  serena.saquella@uniroma1.it

posted by DiffidaDiffondi @ 15:54 - mercoledì, 01 aprile 2009
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comodoPer la sua prima visita in Africa, Benedetto XVI ha scelto, ancora una volta, la via della provocazione. Rispondendo ad una domanda dei giornalisti inviati da France 2 sulla posizione della Chiesa rispetto alla diffusione dell'AIDS nel continente, queste sono state le sue parole: "Non si puo' vincere l'AIDS con la distribuzione di preservativi. Al contrario, aumentano il problema (sic). La soluzione non puo' che essere l'umanizzazione della sessualità."

Da sempre la Chiesa cattolica predica l'astinenza e la fedeltà per combattere l'AIDS. Ma è la prima volta che un papa condanna espressamente il preservativo. Se per Giovanni Paolo II il preservativo era lungi dell'essere la soluzione, non l'aveva mai condannato cosi pubblicamente come lo ha fatto oggi Benedetto XVI. Per quest'ultimo il preservativo è infatti addirittura colpevole di diffondere l'epidemia dell'AIDS in Africa, attraverso la legittimazione di pratiche sessuali a rischio.

Imbarazzo immenso e rabbia delle organizzazioni non governative presenti in Africa e che lottano contro il virus HIV ( e a volte cattoliche); tutte rispondono che il preservativo è, qui, al di fuori di ogni considerazione morale, un modo per salvare delle vite umane.

condom_campaign

Qualche cifra per ricordare la situazione drammatica del cntinente africano devastato dalla diffusione del virus:                                       Nel solo Cameroun si stima che 500 000 persone sono affette dal virus HIV. In tutta l'Africa sub-sahariana, la cifra sale a 22 milioni di persone sieropositive. L'anno scorso, 1,5 millioni di persone sono morte. 90% dei bambini nel mondo affetti dal virus vivono in Africa. Secondo il direttore dell'agenzia nazionale francese per le ricerche sull'AIDS, il prof. JF Delfraissy, "nel contesto attuale, il preservativo è uno strumento necessario; non è sufficiente, infatti bisognerà trovare qualcos'altro, ma è l'unico vero strumento che abbiamo a disposizione".

Benedetto ha perso l'occasione di stare zitto. Solo per togliermi un dubbio, mi piacerebbe che ci spiegasse almeno come, scientificamente, puo' provare che il preservativo aumenti la diffusione dell'AIDS. Dubito che sarà convincente.preservativochiesa_2

posted by DiffidaDiffondi @ 22:05 - martedì, 17 marzo 2009
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